Il “salario giusto” è legge: purtroppo non si dà importanza al contenuto di un C.C.N.L. mentre si difende il monopolio di CGIL, CISL e UIL
Come sappiamo è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge che ha convertito il “Decreto Primo Maggio” e, vale a dire, il Decreto Legge n. 62 del 2026.
Cosa sancisce questa nuova ed importantissima Legge?
Si stabilisce che il Legislatore (ossia la Politica) non ha preferito decidere con una propria Legge (ottima scelta per noi di FederPartiteIva) quale sia l’importo della retribuzione di ogni singolo lavoratore dipendente e ha ribadito che tale compito spetta sempre ed esclusivamente alla Contrattazione Collettiva, la quale è frutto delle relazioni che intercorrono quotidianamente tra le Organizzazioni Sindacali dei Lavoratori Dipendenti e i diversi Sindacati Datoriali.
Con tale provvedimento, l’articolo 36 della nostra Costituzione viene reso “tangibile” in quanto viene ancorato al parametro del T.E.C. (Trattamento Economico Complessivo) prodotto dai C.C.N.L. stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale.
Ma è davvero sufficiente che un CCNL stipulato dalle organizzazioni sindacali più rappresentative produca un salario dignitoso, ad esempio, per un operaio e/o un impiegato?
Sappiamo che non è così ed, infatti, ricordiamo un CCNL sulla Vigilanza Privata firmata dalla CGIL prevede un salario davvero misero per quei lavoratori a cui, purtroppo, è stato applicato quel contratto al momento dell’assunzione.
Per noi del sindacato datoriale FederPartiteIva la firma di un sindacato rappresentativo non garantisce in automatico un salario dignitoso e, pertanto, è necessario che si valorizzi il contenuto inserito in ogni CCNL, a prescindere dalla rappresentatività delle sigle sindacali che lo hanno redatto, sottoscritto e firmato.
Quindi, tale provvedimento normativo è condivisile nella parte in cui il Governo ha deciso di non intervenire nel campo delle relazioni sindacali, ma, allo stesso tempo, la Legge in questione non ha risolto il problema di fondo che attanaglia una buona parte dei lavoratori italiani.
Anzi, tale norma ha consolidato ufficialmente e, per legge, il sistema monopolistico gestito dalla Triplice Sindacale e, vale a dire, dalla CGIL, dalla CISL e dalla UIL e non promuove la “effettiva” libertà sindacale la quale, lo ricordiamo, è prevista dalla nostra Costituzione assieme alla libertà di associazione e alla libertà di creare partiti politici.
Sarebbe come dire che alle prossime elezioni politiche nazionali che si terranno nel 2027 possono partecipare soltanto i partiti politici presenti attualmente in Parlamento.
Ecco, questo il succo della nostra contestazione che il nostro Sindacato Datoriale rivolge all’opinione pubblica.
Cosa dovrebbe stabilire una “giusta” norma in merito al “giusto” salario?
Secondo noi, è urgente stabilire per legge che il salario “giusto” venga stabilito da quei Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro che prevedano un contenuto adeguato affinché si possano stabilire degli stipendi dignitosi e, per fare tutto questo, bisogna prevedere che siano preferiti quei CCNL che prevedono parametri economici e normativi migliori (ferie, permessi, orari di lavoro, licenziamento, dimissioni, etc.), senza prendere in considerazione il “vestito” del sindacato che lo firma.
Bisogna andare nella sostanza delle cose perché soltanto così, davvero, i lavoratori più poveri potranno ottenere condizioni migliorative sia sul piano economico e sia sul piano normativo.
Ed, infatti, sia la Sentenza n. 60 del 2026 emanata dalla Corte Costituzionale e sia le Sentenze n. 3204, 3209, 3476 e 4935 del 2026 emanate dal Consiglio di Stato hanno stabilito che negli appalti pubblici la procedura di redazione della “dichiarazione di equivalenza” tra il CCNL applicato dall’impresa e il CCNL scelto dalla Stazione Appaltante deve tener conto della parte normativa e di quella economica senza prevedere che il CCNL sia sottoscritto dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.












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